Cenni critici

Michele BeraldoGiorgio PillaNicola GalvanEnzo Santese
Nella versatile sua complessità l’arte del secondo Novecento ha definito all’interno dell’astrattismo due grandi ambiti di ricerca. Da una parte l’informale, matrice pittorica attraverso la quale l’artista imponeva la sua personalità, sferrava sulla tela “attacchi” gestuali talvolta intensamente materici che davano corso ad un costrutto di immagini assolutamente libere; dall’altro versante si verificò l’esatto opposto: l’artista assumeva un controllo rigoroso della forma pittorica compartimentando il colore entro strutture lineari e geometriche di chiara ascendenza neoplastica. Queste due differenti interpretazioni del linguaggio astratto sono avvertite all’interno dell’itinerario artistico di Arturo Baldan. Se negli ultimi anni egli ha inteso convergere il proprio lavoro lungo la direttrice concretista allontanandosi da ogni proposito pittorico, è proprio dalla pittura intesa nella sua accezione di assoluta libertà, nell’irradiarsi molteplice di colore e gesto, che egli era invece partito. Le sue prime affermazioni tenevano infatti conto delle più larghe e consolidate azioni espressive dell’action painting, riesaminate secondo un’ottica personale attraverso l’utilizzo di frementi ma al contempo misurate pennellate. L’estendersi periferico del colore, il suo tracciarsi filiforme e centrifugo, connotava il lavoro di Baldan verso uno spazio idealmente infinito e policentrico entro il quale la dimensione dell’io rischiava di dilatarsi assieme al portato pittorico. Questa difformità tra lo spazio interiore e lo spazio esteriore, tra la centralità dell’io e la concitata mutabilità della forma dipinta, ha generato una reazione contraria: ha fatto sì che Baldan ripensasse ad un modello espressivo, non necessariamente pittorico, che ridefinisse i termini della sua progettualità artistica. Con i primi “assemblaggi”, cominciati nel 2006, l’analisi del fruitore veniva proiettata in una dimensione fisica in cui la componente pittorica diventava secondaria ma non ancora del tutto irrilevante, poiché tra lo spazio bidimensionale e quello dell’assemblaggio veniva a crearsi una mobilità simbolica svincolata da criteri di regolarità e quindi ancora una volta rintracciabile all’interno della matrice informale. È solo in una seconda fase, quando i contenuti extrapittorici prevalgono distintamente, che l’artista definisce in termini risolutivi la sua nuova ricerca; questa volta applicandosi rigorosamente nell’esercizio dell’assemblaggio, con una modalità che supera l’esperienza novorealista e si attiene invece a procedure più rigorose, sia dal punto di vista della lavorazione dell’oggetto che della sua applicazione. L’opera è infatti costituita di singoli elementi, piccoli parallelepidi in legno rivestiti di tela e successivamente dipinti che costituiscono, nel loro dinamico insieme, un’immagine tridimensionale e al contempo duttile, in costante movimento. La componente più rilevante dei suoi assemblaggi, quella geometrica e razionale, si salda infatti perfettamente nella struttura solo apparentemente statica del quadro. In realtà persistono elementi “instabili” poiché le differenti caratteristiche applicative, il maggiore o minore rilievo dei singoli corpi, la loro diversa inclinazione e sporgenza, comportano sulla superficie del quadro una diversa ricezione della luce e un diverso orientamento visivo. L’artista, pertanto, configura l’opera entro coordinate variabili intercorse da dinamiche percettive differentemente strutturate, in cui la coazione visiva è superata dalla mutevole forza espressiva dell’opera stessa. Si creano così delle “opere aperte” a vantaggio del singolo fruitore il quale, non assoggettandosi alla forma finita, diviene interiormente partecipe della loro composta mobilità. Michele Beraldo

Nelle austere, poderose sale del Palazzo delle Prigioni a Venezia, ospite del Circolo Artistico di Venezia, l’Artista Arturo Baldan ha allestito una mostra che indaga l’arte della pittura e della scultura, assumendo da ambedue le espressioni caratteristiche di forma e di colore, per inoltrarsi nei meandri dell’animo umano cercando di sondare quei sentimenti che, nel corso della storia dell’uomo, ogni essere ha provato rimanendone spesso prigioniero. L’impatto visivo risulta straniante, di primo acchito, salvo poi non rendersi conto quale magia il tempo possa attuare nell’assemblare la forza architettonica del XVII° secolo con le realizzazioni di un artista del XXI°. I profili colorati lievi e misteriosi, il “muro” di mattoni colorati, la grande sfera che sembra levitare nello spazio fatta di luce, tutto sembra proporsi quale curioso ma possibile giunto temporale con le grigie, maestose pareti mute testimoni di tanti eventi del passato. L’andamento artistico di Baldan rasenta, come accennato, ora la pittura con sintetiche composizioni parietali, altrove vere e proprie realizzazioni scultoree, usando materiali i più diversi con una manualità che meraviglia per la leggerezza che suggerisce, con un uso cromatico che appare quale componimento aggregante in un mixer di toni che affascina per l’eleganza che propone. Arturo Baldan è Artista curioso e affonda la sua ricerca fino alle radici dei miti greci cercando di rendere etereo ciò che nei libri ci appare talvolta insopportabile e retorica lettura; la sua forza risiede nella sua cultura ma, soprattutto, nell’osservare la storia dell’uomo con la purezza degli occhi di un bimbo. Certo è uomo di cultura ma la sua meraviglia è la sua stessa curiosità . Ciò lo conduce ad esprimersi con parametri semplici e declinazioni sintetiche, tutto il suo operare appare lindo e privo di orpelli pur esprimendo pensieri al limite del filosofico. Ci supporta in questo dire l’opera: “ DOPPIA COPIA” che narra, con la semplicità di un doppio profilo scolpito nello spazio, la metafora di Platone del “Mito della caverna”. Ci fa incontrare appena accanto un altro raffronto proponendo il lavoro: “ANDROGINO” che narra la nascita del “due in uno” sfociante nella successiva opera, quale ideale completamento di terribili avvenimenti, titolata: “L’IRA DI ZEUS” ove l’uno diventa doppio e i sessi si dividono per volere del padre degli dei. Insomma un raccontare lieve corroborato di scorrenti cromie e larghe campiture che paiono sciogliersi nell’aria senza lasciare tracce di se. Ci si trova immersi in un mondo delle meraviglie che parla di momenti onirici ( V. Profilo di un sogno) in cui notturne visioni si rapprendono nell’aggraziata silhouette di un volto senza peso. Ma non sfugge alla sua analisi il peso dell’essere umano nella moderna società , mostrando nell’opera: IN-DISTINTA-MENTE come l’uomo oggi altro non sia che una grafia individuale che diviene componente multipla di un unico disegno privo di singole personalità che l’Artista, tuttavia, cerca ancora di dividere per dare un senso alla nostra esistenza di uomini che lottano per mantenere un soffio di libertà armati ancora di libero arbitrio. E proprio nella grande costruzione titolata: “THE WALL” Baldan sembra voler definire il suo pensiero denso di paure ma ricco di speranza che si evidenzia nella ricchezza cromatica della composizione, che ci riporta all’infanzia quando erigere un muro di mattoncini colorati appariva un gioco in cui l’alzare barriere altro non era che la preparazione della mossa successiva con la quale tutto veniva distrutto con un colpo, ritrovando così la gioia del possesso della propria ragione potendo disporre, inconsciamente, del bene e del male, quale unica ricchezza acquisita con la nascita, ritenuta sin qui inviolabile. Talvolta Baldan si affida al suo essere artista veneto e lo fa con autonomia di pensiero realizzando opere che ci appaiono inconsuete per ciò che vogliono rappresentare quale p.e. la grande sfera (LUCE VENEZIANA) con la quale l’Artista vuole omaggiare la grande scuola dell’uso della luce nella pittura del passato e lo fa, ancora, nell’opera “Accordi di luce” dove una sequenza di lunghe listelle colorate si alternano per dare vita ad un arcobaleno di “scintille luminose” ricordo mai spento delle luminosità accordanti nei capolavori dei grandi veneziani dei secoli scorsi. Un’opera colpisce particolarmente lo spettatore ed in particolare chi scrive, si intitola:” Un attimo prima “ due profili che stanno per congiungersi, o scontrarsi ?, quale espressione di un evento che, se previsto e prevenuto, potrebbe cambiare le sorti delle persone quanto, tramite le moderne tecnologie, del mondo intero. Ecco questo è Arturo Baldan, giovane artista che non limita la sua opera all’esteriorità di un apparato artistico, ma pretende fornirci le coordinate esatte di ciò che rappresenta. Attenzione però, non sempre Arturo risulta così accademico, talvolta il suo animo si apre alla poesia pura ed alla musica e nascono opere quali: “ Tango” dove sensualità e dinamismo si sommano per dare vita alla sinossi del più famoso ballo del mondo, mostrando due semplici lamelle colorate che si innalzano nell’aria fornendoci l’esatta percezione di un incrocio di corpi e di anime. Nella piccola scultura dal titolo: “Bella senz’anima” un sottile filo cadenzato da striscie colorate sembra fluttuare nell’aria, leggero ed incorporeo, ad incantarci come un pensiero sortito dalla mente di un poeta innamorato. Ma ciò è pursempre frutto di indagini psichiche su quanto l’uomo moderno raccoglie nel suo animo nei momenti dell’ansia, della paura, della gioia e del dolore, sentimenti che un artista ha il dovere di indagare e rappresentare, così come avviene dalla notte dei tempi. Insomma da quanto visto e percepito si evince che Baldan non voglia solamente esprimerci i suoi sentimenti con il mezzo del suo ingegno e della sua manualità , ma voglia suggerirci un assioma che spesso ci sfugge, cioè come l’Arte possa mutare di veste ma non di sostanza e quando data per morta abbia sempre la forza di rinascere dalle proprie ceneri, come la mitica Fenice, permettendo a qualcuno chiamato “artista” di rappresentarla con nuovi stimoli, purchè sincero nell’essere e puro nel cuore.

Giorgio Pilla

Nel suo prodursi entro differenti territori espressivi, il progetto creativo di Arturo Baldan sembra voler depistare chi, tra osservatori e possibili esegeti, cerchi di delimitarne l’identità poetica e stilistica. Questa può, ipoteticamente, essere denotata proprio come proiezione di una irrequietezza e di una curiosità che, assecondate dal suo operare, hanno trovato modo di esercitarsi nelle varie soluzioni compositive adottate e, con esse, nelle scelte “materiali” attraverso cui hanno preso forma. Tuttavia, ciò che uno sguardo approfondito può riconoscere nella giovane storia della sua produzione artistica, è una evoluzione costante ed a suo modo coerente, in cui ognuna delle sperimentazioni di cui le superfici sono state sede ha recato in sé uno o più interrogativi – per loro vocazione aperti – in grado di generare un tentativo ulteriore e diverso. Se il termine “ricerca”, con le sue valenze metaforiche, viene accostato non sempre in modo congruo al nome di molti operatori contemporanei, appare adeguato per accompagnare la vicenda dell’artista veneto, la cui originalità è indirettamente testimoniata dal moltiplicarsi contraddittorio dei riferimenti che questa ha richiamato: informale, arte cinetica, minimalismo, arte concettuale. Dimensioni espressive in effetti sfiorate, senza però manifestare un’autentica coincidenza con le loro forme ed intenzioni. Arturo Baldan si è avvicinato all’attività creativa da autodidatta, portando con sé un patrimonio di interessi intellettuali e culturali – anch’essi riferibili ad ambiti fra loro diversi: filosofia, psicologia, letteratura – in grado di ampliarne il livello semantico, ulteriormente arricchito dalle “interferenze” della memoria, sia personale, sia collettiva. Aspetti che, nella lettura dell’opera, l’artista invita a riconoscere tramite un gioco di rimandi e concatenazioni di senso, che possono avere il loro innesco nelle mai casuali titolazioni scelte. La pittura gestuale, l’affrancarsi del segno dalla figurazione, il fascino della materia cromatica, intesa quale presenza depositaria di un implicito valore: pur con la disseminazione di flebili tracce di una realtà riconoscibile, le superfici degli esordi guardano alle esperienze “informali” del dopoguerra, con una percepibile predilezione per il versante dell’espressionismo astratto. Entrambi eseguiti nel 2006, Sinfonia in bianco e nero e Monocromo azzurro, tra gli episodi più maturi di questa produzione, presentano la necessità di ricondurre entro un ordine più pacato le modalità dell’action painting, e con esse la sua traduzione immediata dei sobbollimenti dell’inconscio e dell’istinto. Tuttavia, sono ancor più i precedenti Black eyes ed Il segno del destino a lasciar intuire alcuni degli sviluppi futuri del lavoro di Baldan, che si appunterà cromaticamente sulla severità dei bianchi e dei neri, sul cui confronto sono basate le due opere. Nella seconda di queste, rapide pennellate nere intercettano, attraverso il loro svolgersi apparentemente spontaneo, una misteriosa figura fasciata che sembrerebbe dipinta su carta, e invece lo è sulla faccia “interna” del vetro adagiato poi sulla superficie bianca di fondo, affinché ciò che viene ad essere mostrato sia quello che l’artefice non ha potuto vedere durante il procedimento: il lato nascosto del colore. Un’operazione in cui le porzioni di bianco, nient’altro dunque che un “vuoto” cromatico, assumono funzione strutturante, e che occulta un gioco speculativo sull’identità degli elementi costitutivi il fatto espressivo, oltre che la possibilità di un sottile spiazzamento di chi la pone in essere. Il colore tuttavia è destinato a caratterizzare l’ingresso nella successiva fase del suo lavoro, che rilegge l’impostazione rigorosa delle superfici di Mondrian tramite la tridimensionalità di moduli dalla forma cubica o di parallelepipedo, i quali si adattano a comporre strutture dall’andamento sinuoso in The Body del 2006, oppure rigidamente ortogonale, come in Scacco matto dello stesso anno. Proprio la soluzione adottata porta l’artista a riflettere sul rapporto tra unità e tutto, sospeso tra pensiero filosofico e la natura della moderna immagine tecnologica, tema quest’ultimo esplicitato nel grande assemblaggio Pixels, frammenti di luce, datato 2009. La stessa modalità operativa conduce ad un raffreddamento della componente emozionale, a favore della sottolineatura di quella mentale ed analitica. Questo procedere lambirà le ricerche cinetico visive, grazie agli inganni percettivi prodotti dalle strutture essenziali degli Effetti ottici, i quali mostrano occasionalmente la purezza materiale delle singole parti corrotta da gocciolamenti di colore, e sfumerà poi in territori più poetici, persuadendo la luce a muovere virtualmente la superficie di Corsi e ricorsi e del dittico Piegare la luce del 2009, scandendone depressioni e rilievi. Una sorta di bradisismo sotterraneo aveva invece perturbato quella di Assembly di un anno precedente, opera che, pur nella sua stasi, rievocava il concreto vibrare dei “muri” dell’indimenticato Gianni Colombo. Ma anche l’elemento base delle operazioni estetiche orchestrate da Baldan è stato recentemente caricato di nuove implicazioni, che hanno compreso un gusto della citazione dalle venature ludiche. Stabat nuda aestas, titolo di un celebre componimento dannunziano, si presta a descrivere il “denudamento” dal pigmento dei moduli, chiamati ad edificare una nuova composizione esibendo la loro essenza di piccoli cubi lignei ricoperti di tessuto, le cui piegature suggeriscono, accostandosi, un nuovo ritmo decorativo. La presentazione paratattica di sei elementi di maggiore dimensione, questa volta listati di nero, determina invece il riferimento ai Sei personaggi in cerca d’autore, opera del più noto tra i drammaturghi italiani. L’alterazione dell’unità di superficie, o quella eventuale dei singoli pezzi che la compongono, è però l’aspetto forse più interessante dell’ultima ricerca dell’artista. Dalle quasi impercettibili erosioni, disseminate lungo le tangenze tra i vari pezzi, di Centri d’interesse, alludente fin dal titolo al metodo pedagogico di Ovide Decroly – che, non a caso, orientava il raggiungimento delle conoscenze di carattere generale attraverso l’analisi di singoli bisogni primari – al drammatico crollo strutturale di London. In questo caso, all’iniziale suggestione dei “neri” che, con la loro peculiare opacità, caratterizzano la pittura di Sironi degli anni ’40, si è associato, nell’immaginario dell’artista, il ricordo delle distruzioni di cui la capitale inglese fu oggetto nello stesso decennio: due tracce tematiche e visive tradotte da Baldan in un esito formale di particolare eloquenza, che invita a riflettere sulla caducità delle cose umane.

Nicola Galvan

Dal particulare… La ricerca di Arturo Baldan si muove da tempo lungo una linea di coerenza che attraversa ben definiti punti della storia dell’arte contemporanea (nell’alveo di una generale predominanza concettuale emergono apporti minimalisti, scatti optical e allusività cinetiche), mantenendo peraltro viva la dichiarazione di appartenenza a un mondo interiore, sommosso da numerosi sussulti culturali. La derivazione gestaltica si legge nella capacità dell’opera di coinvolgere il fruitore in una relazione interattiva, per cui chi guarda è sollecitato talora a una virtuale prosecuzione dell’opera in un’ulteriorità, capace di assumere molteplici direzioni di senso. Pertanto Baldan crea i presupposti di un movimento che dall’apparente freddezza razionale del lavoro arriva ogni volta ad approdi di sorprendente novità. L’artista ottiene questi risultati fondendo insieme le tensioni proprie della pittura e della scultura in una sintesi che poi diventa assonante anche con l’installazione. La meticolosità costruttiva rende l’opera finita una sorta di meccanismo, dove la serialità degli elementi costitutivi, disposti in serie modulare, produce una bella traduzione iconica della realtà della comunicazione digitale odierna: come se i pixels delle immagini televisive quantificassero la propria essenza uscendo dalla loro piattezza formale e assumessero dignità tridimensionale, pur stilizzata nella forma del parallelepipedo o altra figura geometrica, prodotta in serie industriale. Ognuna di queste viene da Baldan ricoperta con tela di cotone e dipinta dando all’operazione anche un valore simbolico. La stesura investe ogni singolo componente, che poi viene assemblato in un complesso, realtà fisica (il muro) e metafora di una tensione tipicamente umana a costruire l’edificio dell’esistenza su “mattoni” delle vicende quotidiane, che poi dalla cronaca personale confluiscono nella storia collettiva, dal particolare all’universale, dalla porzione al tutto. E da un’opera all’altra (pur avendo ognuna una specifica autonomia significante) c’è un rimbalzo concettuale che le mette tutte in potenziale relazione con le altre. Per tale motivo l’opera di Baldan, che ogni tanto assume la determinazione visiva di una sagoma fisionomica, contiene tutta intera la fragranza di un umanesimo che si nutre profondamente di slanci verso la conoscenza e, molto spesso, attraverso la policromatica evidenza dell’attitudine ludica e giocosa, che nulla toglie alla profondità della riflessione.

Enzo Santese